Quando, milioni di anni fa, facevo l’animatrice nei campi estivi, le mamme dei bambini più piccoli, quelli che stavano via da casa per la prima volta, avevano escogitato un sistema per far sì che si cambiassero tutti i giorni senza sbagliare. Mettevano in valigia 7 sacchetti, uno per giorno, con l’indicazione della data, contenenti ciascuno un paio di mutande, uno di calzini, pantaloncini e maglietta. Questa pianificazione è un perfetto esempio di quello che sono i constraint, letteralmente i vincoli nel processo di progettazione. 

I vincoli servono per ridurre al minimo le possibilità di errore nel compiere una determinata azione: come i sacchetti suddivisi per giorni “costringevano” i bambini a cambiare biancheria ogni giorno, così i vincoli nel design “costringono” le persone a compiere l’azione come deve essere effettivamente compiuta. L’esempio più immediato che viene in mente è quando provi a inserire un pen drive nella porta USB dalla parte sbagliata (io lo faccio costantemente, lo ammetto): il fatto che tu non riesca (vincolo fisico) serve a fare in modo che il dispositivo possa essere usato nel modo corretto. 

Quando un vincolo non è ben progettato, invece, fa perdere un sacco di tempo e di risorse: pensa a quante volte hai girato, stretto, spinto o forzato qualcosa: nelle migliore delle ipotesi non succedeva nulla, nella peggiore si rompeva qualcosa.

Progettare un vincolo è una fase importante del design sia di oggetti fisici che di prodotti immateriali, i vincoli infatti possono essere fisici, appunto, ma anche culturali, semantici e logici, riguardano cioè il mondo in cui noi costruiamo, conosciamo, gestiamo il mondo e i significati intorno a noi.
Progettare i giusti vincoli significa far sì che le persone non usino il dispositivo, qualsiasi esso sia, anche un testo,  in modo sbagliato.
Cosa significa che un testo si lascia usare in modo sbagliato?
Significa che permette  fraintendimenti, non chiarisce ambiguità, non lascia cogliere il messaggio centrale, 

Quali possono essere i vincoli in un testo professionale? 
Ti propongo alcuni esempi, ma sono spunti: l’importante è, nel momento in cui costruisci un testo, ragionare e fare mente locale su quali possono essere le “barriere” che impediranno al lettore di “uscire di strada”. L’importanza di progettare per vincoli consiste nel chiedersi: “Come posso far sì che, ragionevolmente, il lettore non si perda, non fraintenda, capisca e ricordi ciò che sta leggendo?”

  • La punteggiatura: inserire correttamente punti, virgole, punto e virgola e via così, impedisce al lettore clamorosi fraintendimenti. Come la differenza tra un cortese saluto “Ciao, vado a mangiare, nonna” e la dichiarazione di cannibalismo domestico “Ciao, vado a mangiare nonna”. Un vincolo può salvare una vita! Se vuoi leggere di più ti consiglio Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli e Questione di virgole di Leonardo G. Luccone
  • La suddivisione in paragrafi: costruire un testo in cui ogni blocco contenga un’idea, permette a chi legge di cogliere l’ossatura del pensiero, migliorandone la comprensione  e la capacità di ricordare il messaggio. Ne parla in modo approfondito Luisa Carrada in Lavoro, dunque scrivo! 
  • L’uso di metafore: le metafore sono uno straordinario strumento conoscitivo. Una buona metafora, cioè pertinente, chiara, immediatamente comprensibile al tipo di lettore a cui ci si riferisce, può illuminare in poche righe anche concetti molto complessi, restituendo comprensione all’intero testo. Ne voglio scrivere presto, perché è un argomento molto interessante da esplorare.
  • La precisione e la chiarezza dei termini: il plain language “è il linguaggio che trasmette al lettore informazioni in possesso dello scrittore nel modo più semplice ed efficace possibile. Privo di complessità non necessarie, è la linea retta che costituisce la via più breve fra due punti: l’emittente e il destinatario del messaggio.” (Il plain language, quando le istituzioni si fanno capire di Daniele Fortis – I quaderni del Mestiere di scrivere)